Il corpo come origine: la violenza come tradimento delle radici
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«Ogni qual volta l’uomo prende dal corpo di una donna senza il suo permesso, manca di rispetto all’utero da cui è nato, contamina il luogo che l’ha protetto quando era più indifeso, profana il tempio da cui ha iniziato il viaggio.»
— Nikita Gill
Il 25 novembre non è solo una ricorrenza: è un appello. A vedere, nominare, riconoscere ciò che ancora ferisce, nel silenzio delle case e nella distrazione del mondo.
🔥 Il corpo come primo luogo sacro
Nikita Gill usa parole forti, necessarie. Ricorda che ogni violenza sul corpo di una donna è un sacrilegio contro l’origine stessa della vita.
Il corpo femminile è casa, nutrimento, rifugio, storia. Da lì veniamo tutti. Profanarlo significa ferire ciò che ci precede, ciò che ci ha dato la possibilità di esistere.
Ogni atto di violenza è una rottura dell’ordine umano più elementare: quello del rispetto.
⚖️ Il tradimento delle origini
La violenza contro le donne non è un fatto privato. È un tradimento delle origini, una frattura nella struttura stessa della società.
Ferire una donna significa ferire il mondo intero: la madre, la figlia, l’amica, la collega, la sconosciuta sulla quale abbiamo costruito la nostra indifferenza.
Le parole di Gill risvegliano una verità scomoda: la violenza non comincia con un gesto, ma con una cultura che lo rende possibile.
📚 Le voci che non tacciono
Loredana Lipperini e Michela Murgia con L’ho uccisa perché l’amavo hanno dato nome alle zone d’ombra della narrazione pubblica. Hanno mostrato come il linguaggio può diventare complice: le parole “folle raptus”, “troppo amore”, “era geloso” non descrivono, ma cancellano.
Raccontare la violenza significa smontare i miti che la proteggono. Significa vedere ciò che accade davvero. Significa credere alle donne, prima di tutto.
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💬 E tu? Quali parole o silenzi pensi che dobbiamo smettere di accettare?